CHE FINE FANNO GLI SPURGHI?

Tutti noi, una o due volte l’anno ci troviamo a chiamare lo spurgo per svuotare le fosse biologiche o il pozzo nero. Ma che fine fa quello che viene raccolto dalle autocisterne delle ditte specializzate?

E che differenza c’è tra fossa biologica, fogna e pozzo nero?

La fogna è un complesso di canali sotterranei che trasportano le acque reflue fino all’impianto di depurazione e possono essere di due tipi: fogna nera che smaltisce acqua reflue di abitazioni e complessi commerciali; fogna bianca che raccoglie le acque meteoriche. I liquidi in uscita in entrambi i casi devono essere depurati prima di essere riutilizzati (normalmente in agricoltura).

La fossa biologica invece è una fognatura statica utilizzata solitamente a livello condominiale che consente di filtrare il solido dal liquido. Quando la camera che raccoglie la frazione grossolana è piena, richiede una pulizia e qui entra in gioco lo spurgo, mentre i liquidi vengono reimmessi in fognatura.

Il pozzo nero è un semplice contenitore utilizzato nelle situazioni più isolate e non è collegato alla rete fognaria, quindi i reflui possono entrare ma non possono uscire. Come potete immaginare, anche in questo caso si richiede l’intervento periodico dello spurgo.

Le autocisterne piene poi si recano in impianti di depurazione e smaltimento come quello che ci è capitato di visitare la scorsa settimana a San Marino di Carpi (MO) del gruppo Aimag.

Qui le cisterne vengono vuotate all’interno di vasche di sedimentazione, dove un sistema di raschiatura i elimina i residui solidi dal fondo e li convoglia in contenitori apposta per il ciclo dei solidi. All’aumento di questa fase solida, contribuiscono anche i batteri, che digerendo gli inquinanti presenti nei liquami, producono ulteriori fanghi.

Dopo la fase di sedimentazione in vasca, i liquidi vengono convogliati in una cosiddetta “vasca a labirinto” dove l’acqua gira per diverso tempo e grazie all’ossigenazione ed alla disinfezione (normalmente con acido peracetico), ne esce più pulita. Le acque ripulite a questo punto vanno in canalizzazioni per un destino agricolo, mentre i solidi seguono un’altra strada: vengono vagliati più volte, “annientati” chimicamente con l’aggiunta di calce viva e pressati in modo da eliminare la parte liquida e smaltire un rifiuto più asciutto, detto fango da disidratazione. Questo, tramite sollevatori viene riversato all’interno di cassoni e portato a smaltimento dopo circa 12-13 pressate, cioè a cassone pieno. Clean Service Emilia, grazie anche all’associata Ciclat, ha recentemente iniziato ad occuparsi del servizio di trasporto bisettimanale di questi fanghi a discarica.

Presso l’impianto di San Marino di Carpi è presente anche il laboratorio di analisi di Aimag, dove le acque dell’acquedotto e le acque reflue in uscita vengono verificate quotidianamente (prelievi nella vasca a labirinto) e quelle in entrata ogni circa 30 giorni.

Altra cosa interessante da segnalare è “la palla di biogas”. Infatti, tramite l’aspirazione dell’aria nelle fasi anaerobiche di trattamento dei liquami viene raccolto metano e anidride carbonica all’interno di un digestore che produce biogas riutilizzato nel bruciatore dell’impianto di San Marino per il riscaldamento. In alcuni casi, per digestori di maggiori dimensioni e impianti progettati ad hoc, il biogas in uscita dal digestore può essere reimmesso in rete per il riscaldamento urbano, oppure passare da un cogeneratore che lo trasforma anche in energia elettrica (sempre da reimmettere in rete).

Questo è ciò che in linea di massima fanno i depuratori, cercando di non sprecare nulla se può essere trasformato in energia e, come vedete, il processo parte anche dalle nostre case.

 

Laura Sghedoni

Responsabile Servizi Ambientali